21 Nov 2011
La Torre

E' un castello poco conosciuto, fuori dalle usuali mete turistiche, a causa della sua collocazione e dello stato di abbandono in cui si trova.
Giovagallo è una frazione del comune di Tresana che comprende Pietrasalta, Agneda, Vigonzola, Tavella e lo stesso paese di Giovagallo. Il paese  si trova a destra del torrente Penolo, e confina con la Liguria.
Nel 1202 , in un documento tra i Malaspina ed i Vescovi-Conti di Luni, Giovagallo è rappresentato da "domini et populus".
Nel 1266 Manfredo Malaspina divenne il padrone del feudo di Giovagallo. Successe a lui il figlio Moroello, uno dei più grandi capitani del suo tempo, che sposò Alagia Fieschi. Entrambi sono ricordati da Dante nella Divina Commedia.
E' triste vedere che un castello di tale importanza storica, sia in totale abbandono alla mercè del tempo. Se è vero che versa in stato di degrado da secoli, è pur vero che un briciolo di intervento conservativo lo meriterebbe, specie la torre e qualche stanza ancora visibili, ma inaccessibil a causa dei crolli.
E' in un'assolata giornata autunnale che decidiamo di andare al castello di Giovagallo.
Per arrivare al castello, si percorre la strada che da Barbarasco conduce a Tresana. Appena passato il paese di Barbarasco, si segue la strada sulla sinistra, in direzione Giovagallo e la si percorre passando per lo stesso Giovagallo, fino alla frazione di Tavella. Quì è visibile il sentiero che sale sulla destra, marcato con il classico segnavia rosso e bianco.
Il sole ci accompagna e ci scalda fino a Giovagallo. Proseguendo si attraversa il ponte sul torrente Penolo e si passa alla sua sinistra in una zona fredda, del tutto coperta dal sole. E' quì che poco prima di Tavella, vediamo un cartello esplicativo ed un sentiero che sale.

Ci fermiamo a leggUna delle monete coniate a Tresanaere il cartello, ma rimango perplesso su alcune note storiche. Si afferma che al castello di Giovagallo si battesse moneta,  ma credo che si tratti di un errore in quanto, il privilegio di battere monete era concesso a Guglielmo I nel vicino castello di Tresana e non in quello di Giovagallo.

Nella foto a fianco, si vede appunto una moneta battuta a Tresana ed in particolare un Sesino (GUGLIELMO I 1528 - 1580)

Si inizia a percorrere la salita, lungo una strada sterrata, fino ad arrivare in un punto pianeggiante in cui si incrocia un piccolissimo corso d'acqua. Vale la pena soffermarsi per un attimo e percorrere il torrente per qualche metro a monte. Qui si trova una lapide che ricorda un eccidio nazista che mi fa tornare alla mente, quel che mi disse un anziano di Tavella: "Un giorno sono arrivati i tedeschi ed hanno bruciato tutto il paese"..... persino qui, in questo posto così isolato è arrivata la guerra. Un attimo di riflessione e torniamo sui nostri passi.
Continuamo a salire in mezzo a piante di castagno. Tutti i colori autunnali:  il giallo, il marrone, l'azzurro del cielo e i campi verdi che si vedono nella vallata, sono attenuati  da un'atmosfera quasi brumosa. Ad un certo punto, la strada sterrata lascia lo spazio a quel che resta del lastricato antico della strada che sale al castello. Le foglie lo nascondono ma l'occhio attento lo nota nei punti puliti dalle piogge, i profili scavati dall'acqua e i muretti di contenimento. Siamo lontani dall'abitato e regna il silenzio.... proviamo ad immaginare il rumore degli zoccoli dei cavalli e il vociare dei cavalieri che animavano questo bosco.
Si continua a salire e si commenta sulla strana collocazione del castello: se da un lato è comprensibile che sia su un colletto della montagna e quindi facilmente difensibile, dall'altro riesce difficile capire perchè così distante dal paese attuale e perchè è esposto a nord della montagna, in un posto così freddo.
Dopo poco più di mezz'ora di camminata non impegnativa e di qualche foto scattata qua e là, ecco che appaiono le prime strutture in pietra. Sono ciò che resta di mura di difesa (riconoscibili da qualche feritoia) o mura di contenimento di terrazze. Mano a mano che si sale si incontrano sassi ovunque, testimonianianza di crolli e pezzi di mura di antiche abitazioni.
Arriviamo sul vertice dell'altura c'è quel che resta della torre, gran parte crollata. Si respira un'atmosfera strana, quasi magica , l'immaginazione corre indietro ai tempi in cui erano presenti Moroello, la moglie Alagia Fieschi ed il loro illustre ospite: Dante Alighieri. Sul versante est della torre è visibile una fessura, all'interno della quale, si intravede una stanza. Nello stesso versante, ma quasi ai piedi di essa, c'è un apertura causata da un crollo, dove si scorge una  stanza sotteranea.
Ci spostiamo sul lato ovest e ridiscendo per un pezzo, il ripido versante. Qui si nota un muro che presenta degli incavi simili a mensole..... sembra quasi l'interno di una stanza.
Il tempo di annotare solo altre poche righe sulla posizione.... risiede sopra uno colletto orientale del monte Corneviglia, dal nome significativo di "castellaccio". Il colletto è circondato a est e ovest da due profonde gole, mentre a sud, è collegato al Corneviglia da una cresta piuttosto stretta. A nord c'è l'antica strada che sale al castello.
E' sera e si torna a casa.

Vi lascio con le foto sotto e le citazioni di Dante nella Divina Commedia

Dante e Moroello Malaspina
Moroello era stato capofila delle truppe nere, lui aveva vinto i Bianchi nel 1302 nella battaglia decisiva di Campo Piceno. Vittoria che aveva provocato a Firenze il crollo del partito Bianco, la sconfitta è evocato da Dante nel canto  XXIV dell’Inferno, laddove parla di Moroello come di un lampo venuto dal Val di Magra :
« Tragge Marte vapor di Val di Magra
Ch’è di torbidi nuvoli involuto ;
E con tempesta impetüosa e agra
Sovra Campo Picen fia combattuto ;
Ond’ei repente spezzerà la nebbbia,
Sì ch’ogni Bianco ne sarà feruto.
E detto l’ho perchè doler ti debbia ! »
(Inferno, XXIV, v.145-151)

Dante e Alagia
Il poeta, nel purgatorio, elogia Alagia distinguendola dagli altri membri della famiglia :
« Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
Buona da sè, pur che la nostra casa
Non faccia lei per essempio malvagia ;
E questa sola di là m’è rimasa».
(Purgatorio, XIX, v.142-145)